venerdì 29 ottobre 2010

IL programma politico che ci piacerebbe vedere realizzato

1. Eliminazione del Senato della Repubblica
2. Camera dei Deputati formata da 200 rappresentanti con uno stipendio da 6500 euro
3. Presidente del consiglio e Presidente della repubbli...ca con uno stipendio da 7000 euro
4. Forbice retributiva da 1 a 7
5. Accorpamento comuni fino a 10.000 abitanti
6. Rimborso elettorale fisso ai partiti che hanno superato la tornata elettorale di 0,30
euro per abitante per ciascun anno calendariale in costanza di legislatura.
7. Eliminazione delle province
8. Soppressione della carta moneta e sua sostituzione con quella in plastica in modo da controllare tutti i movimenti e quindi fare pagare il dovuto a tutti
9. Organizzazione della macchina della giustizia che porti al verdetto entro 8 mesi dall’inizio.
10. Allontanamento,per sempre,dagli uffici pubblici e dalle cariche elettive per tutti coloro che non hanno pagato le tasse o in qualsiasi maniera hanno compiuto atti contro l’interesse del popolo italiano.
11. Accorpamento dei carabinieri,polizia di stato e finanza in unica istituzione
12. Un vero controllo pubblico sui monopoli naturali pur rimanendo in regime di privatizzazione.( Autostrade,telefonia,energia e etc )
13. Tutta la dirigenza pubblica giudicata in base agli obiettivi e ai risultati conseguiti ( La regola di chi sbaglia paga )
14. Decidere in economia su cosa investire i pochi soldi del paese in modo da fare massa critica.
15. Riformare la sanità,la scuola,l’università e etc guardando alla soddisfazione dell’utente.(Quindi eliminazione delle rendite di posizione e naturalmente delle baronie)

giovedì 21 ottobre 2010

Case popolari agli Italiani

Assegnare le case popolari ai residenti non significa mancare di solidarietà nei confronti di chi è più sfortunato, ma consentire a chi ha versato i contributi e pa-gato le tasse di usufruire dei benefici per i quali ha lavorato e pagato.
In mancanza di alloggi popolari per tutti è giusto assegnare i pochi che ci sono agli anziani ed ai lavoratori che hanno contribuito alla loro costruzione e non a chi non ha mai versato un euro e si avvantaggia del lavoro degli altri.
Il potere politico è troppo distante dalla gente e non si cura tanto di risolvere i problemi della cittadinanza quanto di garantirsi la sopravvivenza.
Unione Nazionale appartiene alla gente e la crescita del nostro Movimento è garanzia di libertà per il popolo Italiano.

Il Segretario Nazionale
Andrea Donniaquio

mercoledì 20 ottobre 2010

DETENUTO SUICIDA A RAVENNA, È IL 54° DEL 2010

Ravenna, 12 ott. 2010 - Un detenuto si è suicidato impiccandosi nella Casa circondariale di Ravenna: è il 54° dall'inizio di quest'anno. Il detenuto di origine siciliana, arrestato il 29 settembre scorso per rapina, aveva 42 anni di Gela (CL). trattasi di un personaggio molto noto alle forze dell'ordine, in passato è stato collaboratore di giustizia. Gli agenti hanno scoperto il cadavere nella mattinata del 12 ottobre. Gli inquirenti stanno procedendo per valutare le cause del gesto. Nelle carceri si continua a morire e ad evadere. Quale futuro?

Ormai i giorno, i mesi, gli anni passano e la demotivazione, la depressione del personale è oramai consapevole.... La dignità umana, intanto non viene proprio rispettata...

mercoledì 8 settembre 2010

Multa parcheggio blu ? No problem !

Questo post, dal titolo forse un tantino risolutivo, vuole essere chiarificatore. Intendiamoci, riporto pedestremente ciò che ho trovato in rete, come sempre del resto, vien da sè..
Allora, non ho preso alcuna multa, ma quando me ne vado da qualche parte e sono obbligato a pagare per lasciare la macchina mezz’ora, beh, mi rode alquanto. Cioè devo pagare per cosa?? La vettura viene controllata a vista?
Pago l’omino che mi visiona l’automobile affinchè i malintenzionati se ne stiano alla larga? No, pago il mio suolo. Suolo pubblico, per cui mio. E tuo. Nostro insomma, della comunità, di tutti. Allora, mettiamo caso che mi sono ricevuto una multa perchè ho PAGATO (per un qualcosa che è ANCHE mio intendiamoci..) per stare fino alle 4.30, e anzichè arrivare spaccato a quell’ora tardo diciamo di 15 minuti. Il pignolo multatore mi arriva e mi appiccica la mia bella multina. Bene, cioè male. Cosa faccio? Devo pagarla no? NO!
Esiste un sito internet che fa al caso nostro. Basta scannerizzare il verbale, inviarlo al seguente indirizzo di posta inforicorsi@gmail.com per una consulenza GRATUITA. Cioè ti verrà detto: si, fai bene a lamentarti, quel verbale non ha senso di esistere! Potrai poi scegliere se farti difendere direttamente da Ricorsi.net oppure decidere se andare avanti per i fatti tuoi. Una domanda sorge però spontanea: quando è possibile che sussistano le condizioni necessarie per farsi annullare una multa “da parcheggio blu”? Di seguito riporto alcune circostanze che purtroppo poche persone conoscono:
L’art. 7 del Codice della Strada attribuisce ai Comuni la potestà di regolamentare, per mezzo di ordinanze del Sindaco, la circolazione all’interno dei centri abitati.Tra i vari obblighi, divieti e limitazioni che i Sindaci hanno facoltà di istituire vi è anche la sosta a pagamento sul suolo pubblico, e specificamente il comma 1 lettera f) dispone che è possibile “stabilire, previa deliberazione della giunta, aree destinate al parcheggio sulle quali la sosta dei veicoli è subordinata al pagamento di una somma da riscuotere mediante dispositivi di controllo di durata della sosta”.Un elemento fondamentale di tale disposizione, che però sfugge alla maggior parte delle amministrazioni comunali che la attuano, è il fatto che è possibile istituire la sosta a pagamento solo in apposite “aree destinate al parcheggio”.
A questo punto, a scanso di equivoci, e opportuno ricordare che spesso il Legislatore chiarisce preventivamente le definizioni ed i significati della terminologia utilizzata, cosa che per quanto riguarda l’area di parcheggio fa con l’art. 3 c. 1 n°34 C.d.S., dove la stessa viene definita come “area o infrastruttura posta fuori della carreggiata, destinata alla sosta regolamentata (o non) dei veicoli”.E ancora, nell’art. 2 c. 3 C.d.S., lett. E ed F, in cui si definiscono rispettivamente le “strade urbane di scorrimento” e le “strade urbane di quartiere”, vengono previste apposite aree “esterne alla carreggiata” per la sosta dei veicoli, con immissioni ed uscite concentrate e relativa corsia di manovra.
Ad una lettura approssimativa di tali disposizioni sembrerebbe quasi che nei centri abitati il Codice della Strada non ammetta la sosta se non fuori dalla carreggiata, in contrasto con quanto stabilito dall’art. 157 c. 2 C.d.S., dove si afferma invece che la sosta si effettua posizionando il veicolo “il più vicino possibile al margine destro della carreggiata, parallelamente ad esso e secondo il senso di marcia”.Così, per sanare tale apparente discrasia, alcuni disattenti interpreti del Codice della Strada sostengono che i veicoli parcheggiati secondo le modalità descritte nell’art. 157 C.d.S. siano fuori dalla carreggiata, rifacendosi forzatamente alla definizione di carreggiata data nel già citato art. 3 C.d.S.. Ma la “carreggiata” è in realtà tutta la “parte della strada parte destinata allo scorrimento dei veicoli”, comprendendo tra le attività complessive che definiscono la scorrimento del flusso veicolare non solo la marcia, ma anche le sue eventuali interruzioni più o meno protratte nel tempo, e definite dall’art. 157 c. 1 C.d.S.. Con tale definizione essa viene distinta concettualmente e funzionalmente dal “marciapiede”, che è invece quella parte della strada destinata esclusivamente al transito dei pedoni (art. 3 c. 1 n°33 C.d.S.).E per ribadire e rafforzare ulteriormente tale distinzione, nel comma 6 del succitato art. 7 C.d.S. il Legislatore enuncia espressamente che “le aree destinate al parcheggio devono essere ubicate fuori della carreggiata, e comunque in modo che i veicoli parcheggiati non ostacolino lo scorrimento del traffico”.
Inoltre, anche se per i più non sarebbe affatto necessario, vale comunque la pena di ricordare qui il valore logico-semantico del lemma “margine”, in considerazione del quale il margine della carreggiata è inconfutabilmente una parte del tutto definito “carreggiata”, e come tale si trova, appunto, sulla carreggiata.

Ricapitolando, sappiamo ora con certezza che: 1. le “aree di parcheggio” devono avere una serie di caratteristiche tecniche e strutturali, fra la quali (ma non solo) il fatto di essere ubicate fuori dalla carreggiata; 2. i Sindaci possono subordinare la sosta dei veicoli al pagamento di una somma di denaro, ma possono farlo solo in apposite “aree destinate al parcheggio”; 3. i margini della carreggiata occupati dai veicoli in sosta con le modalità stabilite dall’art. 157 C.d.S. non sono affatto “aree di parcheggio” (almeno non per il Codice della Strada).
Da ciò ne deriva quindi che le cosiddette “Zone Blu”, ovvero gli stalli di sosta a pagamento istituiti ai margini delle strade cittadine deputate allo scorrimento del flusso veicolare, sono di fatto giuridicamente illegittime.
Per completezza dobbiamo infine prendere atto che alcuni pervicaci sostenitori delle Zone Blu ne fanno proditoriamente discendere la legittimità da un ardito escamotage interpretativo. L’art. 7 c. 1 lett. a), infatti, attribuisce ai Comuni la facoltà di “adottare i provvedimenti indicati nell’articolo 6 commi 1, 2, e 4”.Ma nell’art 6 C.d.S., che regolamenta la circolazione fuori dai centri abitati, in realtà troviamo sostanzialmente tutte le disposizioni poi riprese dal successivo art. 7, con la differenza però che nei commi 1 e 2 l’autorità preposta ad adottare i provvedimenti è il Prefetto, mentre nel comma 4 è l’ente proprietario della strada, che, nel caso di strada comunale, coincide appunto col Comune.L’art. 6 c. 4 lett. d, specificamente, riflette sul Sindaco la facoltà di “vietare o limitare o subordinare al pagamento di una somma il parcheggio o la sosta dei veicoli”, facoltà questa che viene ripresa e più specificamente normata dal successivo art 7 c. 1 lett. f che abbiamo già dettagliatamente analizzato.
Ora, dopo che una superficiale interpretazione di tali norme ha fatto si che un massiccio ricorso all’istituzione delle soste a pagamento negli ultimi anni mettesse in moto mastodontici interessi economici, alcuni tentano, con una forzata giustificazione giuridica a posteriori, di farne risalire la legittimità su una presunta differenza semantica tra i termini “parcheggio” e “sosta” utilizzati nell’art. 6 c. 4, attribuendo al termine parcheggio il significato di sosta all’interno di un area di parcheggio, ed al termine sosta quella effettuata sul margine della carreggiata secondo i dettami dell’art. 157 C.d.S..In tal modo vengono di fatto aggirate tutte le precise disposizioni che limitano la sosta a pagamento solo alle aree di parcheggio con le caratteristiche che abbiamo già analizzato, per estenderla a tutti i siti in cui è possibile effettuare la sosta.
Ma tale distinzione è sicuramente una forzatura ingiustificata, e per diverse ragioni.Innanzitutto sul piano linguistico, perché se è vero che il sostantivo “parcheggio” indica indifferentemente sia il luogo fisico in cui si effettua il parcheggio che l’atto del parcheggiare, è pur vero che nella lingua italiana i sostantivi “parcheggio” e “sosta”, quali nominalizzazioni rispettivamente dei verbi “parcheggiare” e “sostare”, vengono indifferentemente usati per indicare l’azione di sospendere la marcia di un veicolo lasciandolo fermo per un periodo di tempo indeterminato, anche con l’allontanamento del conducente dallo stesso, a prescindere dal sito scelto. Diversamente si potrebbe dire, parafrasando la faceta definizione del noto caratterista Nino Frassica, che “si parcheggia nel parcheggio e si sosta nel sosteggio!”
Siccome la faccenda che stiamo trattando è alquanto più seria, torniamo a considerarne gli aspetti giuridici, e ci accorgiamo che anche il Codice della Strada stesso usa indifferentemente i due termini come sinonimi, anche quando deve definire il “parcheggio” nella sua accezione di luogo fisico con determinate caratteristiche. Infatti, anche la stessa definizione di “parcheggio” che troviamo nell’art. 3 C.d.S. è espressa in termini di “area destinata alla sosta dei veicoli”, mentre il già citato art. 2 c. 3 recita che “per la sosta sono prevista apposite aree esterne alla carreggiata”.
Assodato quindi che la sosta non si effettua solo sulla carreggiata, perché anche l’atto di parcheggiare all’interno di un area di parcheggio può essere definita “sosta”, appare chiaro che laddove l’art. 6 c. 4 C.d.S. indica “il parcheggio o la sosta dei veicoli” in realtà sta usando due sinonimi in senso tautologicamente rafforzativo, e che la “o” che li unisce è usata in questo caso come congiunzione senza alcun valore disgiuntivo.Non vi è pertanto alcun motivo obiettivamente valido, né giuridico né di altra natura, che possa invalidare le precise disposizioni in materia di sosta a pagamento contenute nel successivo art. 7 del Codice della Strada.

Non arrendiamoci, insieme possiamo combattere!

Andrea Donniaquio






giovedì 26 agosto 2010

CARCERI: DETENUTO SI IMPICCA CON LENZUOLA A PARMA. SIAMO A QUOTA 42 SUICIDI DALL'INIZIO DELL'ANNO.

PARMA, 23 AGO - Un detenuto italiano di 34 anni si è ucciso ieri sera nel carcere di Parma. La dinamica è sempre la stessa: s'impicca con le lenzuola.
Siamo a quota 42, in termini di suicidi in carcere, dall'inizio dell'anno. Nonostante l'immediato intervento da parte del personale di Polizia Penitenziaria, non è servito a salvare la vita del detenuto.
Questa situazione, ormai, segna l'ennesima conferma di come l'emergenza penitenziaria è allo sbando e senza interventi urgenti da parte dell'amministrazione.
Ora quello che conta, da parte dei vertici e dell'esecutivo, è godersi le ferie estive, in barba ai lavoratori penitenziari e sue problematiche....
Intanto i suicidi nelle carceri italiane continuano e gli ammalati per stress, del personale, aumenta sproporzionatamente.
Sarebbe quindi opportuno prevedere all'assunzione degli agenti di polizia penitenziaria, oltre ai 2.000 già previsti, di ulteriori 4.000 posti in modo da poter rimpiazzare i numerosi agenti che scappa dal carcere per godersi la propria pensione.

sabato 21 agosto 2010

Carceri, UNIONE NAZIONALE : espellere gli stranieri

Secondo i dati diffusi dal Sappe, un detenuto su tre nelle carceri italiane è straniero: su 65 mila persone ospitate nei penitenziari della penisola, 24 mila sono cittadini stranieri , di cui oltre 4 mila comunitari.
Andrea Donniaquio, Segretario di Unione Nazionale, afferma:"francamente trovo strano che i comunitari nelle nostre carceri siano così pochi rispetto agli extracomunitari:se fosse vero, significherebbe che i cittadini rumeni e albanesi che ogni giorno finiscono sulle prime pagine dei quotidiani godono di impunità."prosegue Donniaquio:" Il problema delle carceri è molto serio: gran parte dei detenuti sono stranieri, e questo è l'ennesimo segnale in dimostrazione della necessità di bloccare l'immigrazione immediatamente, e di espellere subito gli immigrati, anche comunitari, che hanno compiuto reati in Italia o in Patria. In questo modo oltretutto garantiremmo ai detenuti in Italia condizioni di vita molto migliori rispetto alle attuali che sono disumane."

venerdì 30 luglio 2010

ALLE RADICI DELLA DECADENZA MODERNA

Quante volte abbiamo sentito affermare, o abbiamo pronunciato noi stessi, parole come “di questo passo dove andremo a finire”, oppure “il mondo va sempre peggio”, o ancora “niente è più come una volta”?

Concetti che implicano una sensazione di progressiva decadenza, suffragata dalla constatazione di un concreto allontanamento della società dai modelli e dalle regole che in un passato più o meno remoto ne avevano scolpito i caratteri.

Ma tutto questo risponde a verità o è solo l’effetto di un pessimismo di marca ultra tradizionalista? Questo “sentire”, peraltro ancora abbastanza diffuso, è frutto di suggestione o vi sono fondati motivi per indagare sulle cause di un processo del quale si avvertono inequivocabilmente delle “negatività”?

E’ innegabile che un certo “disordine” affligge il mondo e che la civiltà europea sembra esserne particolarmente colpita, forse tanto più in quanto la si consideri alla luce delle sue radici, che sono inequivocabilmente “classiche”, affondando esse nella cultura greca e romana.

Proprio l’allontanamento da tali radici “mediterranee”, con la progressiva affermazione di teorie ispirate all’empirismo e all’utilitarismo britannico ed al razionalismo francese, culminate nell’affermazione della ragione illuminata dai sensi, costituiscono il punto di svolta ai fini della nostra analisi.

Dall’utilitarismo, dal razionalismo, dall’illuminismo deriva infatti il cosiddetto “ideale moderno”, con i suoi corollari di “Stato moderno” e del suo equivalente “Stato di diritto”, ossia quello Stato il cui fine si riconosce principalmente nell’attuazione dei “diritti dell’uomo”, in nome della assolutizzazione di concetti quali libertà e uguaglianza degli individui.

Iniziò, contemporaneamente all’affermarsi di quei movimenti di pensiero, l’esaltazione del progresso a mito, in ossequio ad un criterio puramente meccanico del divenire, e prese forma il conseguente ripudio dell’autorità della Tradizione. Un processo, questo, gravido di conseguenze disastrose per la spiritualità dell’uomo.

Da una parte l’uomo neoplatonico, per il quale il fine dell’esistenza doveva consistere “nel far risalire il divino che è in lui al divino che è nell’universo e che è l’Uno” (Plotino), incardinato in un sistema nel quale la vita umana era concepita come un momento dello svolgersi dell’ordine universale, in ossequio a una visione che condensava tutta la millenaria Tradizione mediterranea.

Dall’altra l’uomo “moderno”, prostrato dal meccanicismo e dal trionfo della tecnica, ridotto dal marxismo ad entità mossa unicamente dall’istinto di lucro, plasmato dal materialismo per il quale l’esperienza religiosa e spirituale altro non è che superstizione.

In ossequio all’idea di mitizzazione del “progresso”, il rispetto per l’antichità cominciò ad essere considerato un male da estirpare; la stessa storia meritava, anziché di essere insegnata, il disprezzo del quale la fecero oggetto i maestri dell’illuminismo: l’imperativo diveniva pertanto svincolare il presente dal passato e, con esso, dal riemergere della Tradizione.

Il risultato è sotto i nostri occhi: il frutto delle tendenze razionaliste si concretizza nell'attuale arbitrio da parte dell’uomo, nell’assenza di valori ultra individuali, nell’indebolimento della volontà, nell’assenza di responsabilità morale che caratterizza l’aspetto peggiore dell’età contemporanea.

Ma per capire, e per reagire, questa analisi è solo il punto di partenza.